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Comunicato stampa


Intervento del Ministro Giancarlo Galan al Forum internazionale della 'Green Economy' organizzato da Coldiretti a Venezia    
(18/06/2010)

Non sono pochi quelli che pensano che questo nostro paese è ormai diventato "un paese ammalato di narcisismo, arrogante, invecchiato", soprattutto un paese in cui spesso è vincente la tentazione a sfuggire a ogni forma di responsabilità individuale.
Ma quando le individualità diventano tante, la fuga dalla responsabilità si trasforma in fenomeno collettivo, in fenomeno di massa, che può impedire ad un paese addirittura il poter immaginare un futuro diverso, un futuro migliore.
Perché dico questo? Dico questo perché mi trovo a Venezia e nel trovarmi a Venezia sono portato a riflettere sulle questioni molto innovative e responsabili sostenute in questo incontro dalla Coldiretti. Al contempo però, non posso ignorare che altre chiare forme di responsabilità e quindi di innovazione dobbiamo saperle interpretare nel settore della pesca, che oggi in Italia e nel resto del Mediterraneo è chiamato a confrontarsi con quanto dovrà essere il suo prossimo futuro.
Desidero restare ancora sul tema della responsabilità e dunque a questo genere di impegno etico, un impegno che deve essere anche politico e con cui l'agricoltura è sempre tenuta a misurarsi sia a livello nazionale che internazionale.
Così è sufficiente guardare allo scenario europeo, dove in queste ore è salita di molto la preoccupazione delle imprese agroalimentari su di un confronto in corso attorno ad una proposta di etichettatura incentrata sulle quantità di grassi, zuccheri e sali contenuti in alcuni prodotti.
Dove si colloca allora un corretto senso di responsabilità, quando c'è di mezzo la sicurezza alimentare e assieme alla sicurezza alimentare anche gli interessi di gran parte della nostra industria dolciaria?
Senso di responsabilità e misura nelle decisioni, sto parlando purtroppo di valori evidentemente del tutto ignorati in molti luoghi del nostro pianeta, se si pensa alla devastante marea nera che sta distruggendo innumerevoli e splendidi ecosistemi, e con questi diverse attività lavorative nel Golfo del Messico.
Mentre gli inviati dei giornali scrivono di un incubo nero e appiccicoso causato dalla mostruosa perdita di petrolio, il presidente Obama assicura che "il futuro dell'energia pulita è adesso".
Proprio per questo oggi si può ben dire che a Venezia il futuro dell'energia pulita è già iniziato.
Infatti, il Convegno ha affrontato la questione energetica sotto molti punti di vista.
Per esempio, la regolazione del mercato, in vista di scenari attesi a livello globale, senza dimenticare quei fatti che destano maggiore preoccupazione tra i cittadini: inquinamento atmosferico, caro petrolio con i sempre possibili impatti negativi provocati da un uso irresponsabile di questa fonte di energia e quindi i cambiamenti climatici ecc...
Un tema complesso, che pretende un'ampia assunzione di responsabilità, in quanto le effettive possibilità di sviluppo delle fonti rinnovabili dipendono da numerosi fattori, alcuni dei quali interessano l'attività agricola e il territorio in cui questa opera, mentre altri riguardano sia il quadro normativo che le scelte di pianificazione, magari incidendo anche nel nuovo capitolo della Politica agricola comunitaria (Pac) per il periodo successivo al 2013.
Si pone pertanto l'esigenza di rivisitare le finalità e di ricostruire le premesse del ruolo territoriale svolto dalle imprese agricole, e questo con una connotazione sempre più marcata, in funzione dell'attuazione delle più avanzate politiche ambientali.
Nell'ambito delle strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici, l'agricoltura può contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2 e di altri gas serra, attraverso la fornitura di biomassa per finalità energetiche in sostituzione di fonti fossili di energia e attraverso l'adozione di pratiche agricole che favoriscano il sequestro del "carbonio".
 D'altra parte, occorre certificare l'effettiva sostenibilità delle filiere, privilegiando impianti ad alta efficienza energetica e caratterizzati da basse emissioni di trasporto, dal luogo di produzione fino agli impianti di destinazione (se parliamo di biomasse).
C'è, dunque, spazio per fare più agricoltura, ma, all'interno di questo scenario, i luoghi di consumo devono essere il più vicino possibile ai luoghi di produzione dell'energia. Ciò può realizzarsi sia attraverso la costruzione di microgeneratori o di impianti di piccola taglia, sia realizzando contratti di filiera che aggiungono efficienza dimensionale all'indispensabile recupero di una stabilizzazione dei redditi degli imprenditori agricoli. Eliminando in tal modo quelle oscillazioni di prezzo proprie delle commodities che la crisi finanziaria, non ancora passata, ha moltiplicato sui mercati.
L'obiettivo di premiare la generazione diffusa di luoghi di produzione attraverso il consolidamento delle forniture di materiali da una rete di imprese del territorio, esige la costruzione di veri e propri distretti agro-energetici, ma presuppone un quadro normativo stabile e coerente ai vari livelli di investimento a cui si devono legare azioni di snellimento burocratico. Così come risulta prioritaria la concentrazione dei fondi per la ricerca, ai fini di una definizione di modelli tecnologici efficaci, tendenti alla realizzazione di un duplice obiettivo, economico per le imprese e ambientale per i consumatori.
Dal punto di vista normativo si è, del resto, già lavorato molto, introducendo la possibilità, per le imprese agricole, di produrre e vendere energia da fonti agroforestali e fotovoltaiche, nonché carburanti ottenuti da produzioni vegetali per poter accedere al conto energia e ai certificati verdi.
L'interesse per gli incentivi ha, però, alimentato anche interventi speculativi che rischiano di compromettere l'integrità dei territori.
Si tratta di casi in cui il coinvolgimento del settore agricolo è, spesso, solo strumentale, nel tentativo, ad esempio, di aggirare la necessità di sottoporre queste opere a procedure di approvazione sociale. In tale contesto, si inserisce anche il rischio rappresentato dalla cessione di superfici agricole a soggetti che non sono imprenditori agricoli allo scopo di impianti energetici che presentano caratteristiche di industrialità, ma ciò può significare un ulteriore incremento del grave fenomeno della perdita di superfici agricole coltivabili.
In questi termini, è necessario che la programmazione nazionale non continui ad ignorare le specificità delle fonti energetiche rinnovabili ed il loro legame con il territorio. La produzione di energia rinnovabile in agricoltura si deve coniugare, infatti, con l'esigenza di produrre cibo di qualità, mantenere la fertilità dei suoli, favorire l'immagazzinamento del carbonio nel terreno, preservare la qualità delle acque e, soprattutto, essere in grado di concorrere al reddito delle imprese agricole.
Occorre, insomma, rendere certo e stabile l'orizzonte di investimento delle imprese che legano le proprie scelte produttive allo sviluppo integrato delle fonti rinnovabili.
Sarà, dunque, il mio primo impegno quello di rivedere i criteri del sistema incentivante, che dovrebbe essere effettivamente basato su standard di valutazione economica ed ambientale trasparenti.
Ora è tempo di pensare alla creazione delle strutture energetiche, scegliendo filiere più adatte e inserite nel contesto geografico migliore per la valorizzazione del territorio.
La scelta di un modello incentrato sulla generazione diffusa e sulla filiera corta, rispetto a quello basato sulle filiere lunghe, caratterizzato dalla delocalizzazione della produzione della biomassa, deve essere effettuata in termini di sostenibilità.
Un discorso a parte va fatto per i biocarburanti. Questi sono caratterizzati da una filiera di tipo agroindustriale, che, per le limitate disponibilità territoriali, non possono essere prodotti, in base agli obiettivi delle direttive europee, con il ricorrere esclusivamente a biomassa agricola di origine locale. Solo per la biomassa così prodotta può essere tuttavia prevista un'effettiva incentivazione, in aggiunta all'obbligo, per gli enti locali e pubblici, di effettuare acquisti verdi.
Rispetto al modello della generazione diffusa e della filiera energetica corta, il dibattito sul tema "food or fuel" (cibo o carburante) non ha motivo di esistere e per una qualche manifesta incompatibilità.
Una possibile contraddizione questa che non esiste, perché solo degli irresponsabili possono non rendersi conto dell'allarme per la scarsità di alimenti che tormenta una parte molto importante del globo.
Desidero, però, tornare ancora sul progetto presentato oggi e che risponde ad una logica di innovazione e di sguardo al futuro proprio della green economy.
Infatti, è evidente la necessità di considerare non ancora perfettamente risolta la reale capacità organizzativa delle aziende rispetto alle differenti soluzioni e filiere che prevedono, spesso, livelli tecnologici variamente complessi ed inadatti per strutture di medio-piccola dimensione. Finora, le soluzioni impiantistiche, proposte o rese disponibili dalle industrie a valle della produzione primaria, non sembrano essere in grado di garantire applicazioni a condizioni di sviluppo idonee alla scala territoriale ed al fabbisogno energetico di una rete diffusa.
Nonostante tutto, questo progetto assume un ruolo fondamentale, se si vuole porre per davvero in essere il nuovo modo di fare energia, il che significa garantire piena coerenza tra la scelta delle tecnologie del futuro e l'evoluzione del ruolo delle imprese agricole nell'ambito di un'agricoltura moderna e innovativa.
Il mio intervento, ora, non vuole passare ad una qualche conclusione, come quelle che sanno fare i politici di mestiere o i ministri di lungo corso.
Non può esserci conclusione perché al suo posto c'è una domanda, la domanda che sta dentro a questo Convegno e al progetto che vi siete dati.
- "Come si può infondere idee nuove ai contadini, abituati come sono da millenni a compiere atti anche violenti, senza sentire più il peso e le responsabilità di quei gesti?" -
E per atti violenti qui s'intendono cose come uccidere una lepre o scuoiare un coniglio.
E' una domanda questa che ho trovato in un libro scritto da un esperto, da uno scrittore che collabora con il mio Ministero e che si chiama Antonio Pascale.
E la domanda, ripeto, riguarda in definitiva la possibilità di credere al futuro, anzi, di anticipare il futuro, che d'altra parte è stata sempre la ragione d'essere dell'agricoltura.
-"Come si può allora cambiare le modalità di produzione e virare, per esempio, verso tecniche meno invasive?"-
Tecniche e attività produttive meno invasive: non è forse di questo che si è parlato oggi?
Io penso che una possibile risposta a quella domanda la si può avere credendo e praticando la nobile arte del compromesso, e ciò significa il sapersi mettere alla prova, il mettersi in discussione, tanto da poter evitare il rischio mortale dello stare fermi, del rifiuto del nuovo, della sterile contrapposizione.
Il compromesso deve però garantire lo sviluppo della conoscenza e quindi l'adozione di quanto consente di poter usare nuovi strumenti, di inventare nuove tecnologie, di proporre nuove soluzioni.
Credo di poter dire che la millenaria arte dell'agricoltura, i suoi straordinari progressi sono il frutto migliore della sapiente arte del compromesso, che è l'arte di guardare non ideologicamente o teoricamente al progresso, ma di realizzarlo sul serio, che poi è il progresso che innumerevoli generazioni di contadini hanno saputo donare all'umanità nel corso di un tempo infinito.
Un tempo che oggi qui conosce una sua nuova vittoria, una vittoria che consente di guardare verso nuovi orizzonti.